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I Celti sono una cosa seria. Che cosa c’è di antico nel neopaganesimo?

Dai druidi alla Pasqua, dai tarocchi alla fede cristiana. Che cosa possiamo verificare e a chi affidiamo le nostre scelte? Se oggi qualcuno ti invita a partecipare a un rito «dei druidi», come fai a sapere se quel rito risale davvero ai Celti? La domanda mi è tornata in mente quando, nella nostra comunità, si è discusso della presenza di gruppi neopagani e druidici sul territorio. Da lì ne è nata un’altra, che riguarda direttamente chi è cristiano. Posso fare mie quelle pratiche e continuare a professare la stessa fede? La libertà religiosa, tutelata dall’articolo 19 della Costituzione, vale anche per chi aderisce a un movimento religioso recente. La rispetto. Proprio per questo possiamo discutere apertamente di ciò che ciascuna tradizione afferma. Qui le domande sono due. Quali prove abbiamo che una pratica sia antica? E quale idea di Dio e della libertà umana esprime? Che cosa sappiamo dei druidi antichi? Nel De bello Gallico (VI, 13–14), Giulio Cesare descrive i druidi della...

Se posso fare quello che voglio, perché mi è così difficile smettere?

Dici che puoi smettere quando vuoi. Oggi, per un motivo qualsiasi, decidi di farlo. Poi arriva il solito momento. Apri di nuovo l’app, fai partire un altro episodio, cerchi quella conversazione in cui finisci sempre per parlare male di qualcuno. La cosa interessante è il piccolo scarto fra la decisione presa e ciò che ti sei ritrovato a fare. Una libertà che può indebolirsi A volte chiamiamo libertà la possibilità di seguire ogni desiderio. C’è un altro modo per capire quanta libertà abbiamo. Possiamo vedere quanto spazio ci rimane per dire di no a quello stesso desiderio. Se ogni volta che lo sento devo seguirlo, la possibilità di scegliere si è fatta più stretta di quanto pensassi. Gesù usa una parola forte. Chi commette il peccato è schiavo del peccato (Gv 8,34). Sta parlando con persone che si ritengono già libere. Il suo discorso parte dalla possibilità di rimanere nella sua parola, conoscere la verità e ricevere dal Figlio la libertà (Gv 8,31-36). Le abitudini quotidiane offro...

Faresti lo stesso bene se nessuno lo sapesse?

Hai fatto qualcosa di buono e per un momento ti viene voglia di raccontarlo. Può essere il desiderio legittimo di condividere una gioia. Può esserci anche la speranza che qualcuno finalmente si accorga che sei una brava persona. Spesso le due intenzioni convivono. Gesù, nel discorso della montagna, si sofferma proprio sulla seconda (Mt 6,1-4). Un bene che trova subito il suo pubblico Gesù immagina una persona che fa l’elemosina per essere ammirata. Di quella persona dice che ha già ricevuto la sua ricompensa. È un’osservazione acuta. Se il risultato che cercavo era farmi vedere, l’applauso può perfino farmi credere che tutto sia andato bene. Intanto, senza accorgermene, ho cominciato a misurare il gesto con un criterio che riguarda la mia immagine più della persona che avevo davanti. Nello stesso discorso Gesù parla anche di opere che gli altri vedono e per le quali possono rendere gloria al Padre (Mt 5,16). Ci sono gesti pubblici che incoraggiano altre persone a fare il bene. La do...

Mosè al roveto. Che cosa fa Dio con la nostra paura?

Quando incontra Dio, Mosè ha già buoni motivi per rimanere lontano dall’Egitto. Ha ucciso un egiziano, è fuggito e si è costruito una vita a Madian (Es 2,11-22). Ora sta portando al pascolo un gregge. È in questa giornata, mentre fa il suo lavoro, che vede un roveto ardere senza consumarsi. Si avvicina per guardare meglio e sente chiamare il suo nome. Dio ha visto qualcosa Mosè è attratto da ciò che vede. Dio gli parla di ciò che ha visto lui, la miseria del suo popolo in Egitto, e del grido che ha udito (Es 3,7). Poi gli chiede di tornare proprio nel luogo dal quale è fuggito. La chiamata nasce dalla sofferenza di quelle persone e raggiunge un uomo che avrebbe tutto l’interesse a farsi da parte. La domanda di Mosè è immediata. «Chi sono io per andare dal faraone?» (Es 3,11). È facile capirlo. Se il compito è andare dal faraone, verrebbe da cominciare dal proprio curriculum. Dio gli risponde promettendogli la sua presenza (Es 3,12). La domanda sulle capacità rimane concreta, come si...

Quindici minuti di silenzio. Che cosa succede quando smetti di riempire le pause?

Aspetti due minuti e il telefono è già in mano. A volte sai perfettamente che cosa volevi cercare. Altre volte te ne accorgi soltanto quando lo schermo è acceso. È un gesto piccolo, che però dice quanto ci venga spontaneo riempire una pausa prima ancora di capire che cosa potremmo farne. Ti propongo di provare con quindici minuti. Niente musica, telefono, televisione o letture. Puoi sederti nel posto più normale della casa. Lascia che emerga quello che di solito resta coperto. Forse penserai a una conversazione rimasta a metà. Forse avrai voglia di alzarti per fare qualcosa che poteva aspettare. Anche il fastidio dice qualcosa su come vivi quando gli stimoli si interrompono. Il rumore che portiamo con noi All’inizio i minuti possono sembrare più lunghi del previsto. La stanza è tranquilla e dentro continuano a passare liste, risposte da dare, cose che avresti voluto dire. Puoi accorgertene senza dover sistemare tutto. Se ti viene in mente Dio, puoi dire semplicemente «Dio, se ci sei...

Come si impara a dire grazie per ciò che diamo per scontato?

Ci sono cose che vediamo bene soltanto quando vengono a mancare. La voce di una persona che ci chiama spesso. Il corpo che ci permette di alzarci e di fare la nostra strada. Un paesaggio che attraversiamo ogni giorno. La prima volta ci accorgiamo di aver ricevuto qualcosa. Dopo un po’ entra nello sfondo e la nostra attenzione corre verso quello che manca ancora. La gratitudine interrompe per un momento questa abitudine. Si può essere riconoscenti per un aiuto ricevuto e continuare ad avere un problema serio da affrontare. Quel grazie dice qualcosa di preciso sulla nostra vita. Anche qui, in mezzo a quello che mi preoccupa, c’è qualcosa che qualcuno mi ha dato. Una domanda sotto le stelle Nel Salmo 8 un uomo guarda il cielo. L’immensità di quello che vede gli fa chiedere perché Dio si ricordi di lui (Sal 8,4-5). È una domanda comprensibile anche per chi fatica a pregare. Basta alzare gli occhi per scoprire che il mondo contiene qualcosa che esiste prima di qualsiasi nostro progetto. ...

Si può pregare anche se non si è sicuri che Dio esista?

Forse ti sembra strano parlare a qualcuno quando dubiti perfino che esista. È una difficoltà comprensibile. La preghiera, in questo caso, può iniziare proprio da quella frase che ti pare di dover risolvere prima. «Dio, non so se esisti. Ma se ci sei, vorrei conoscerti». Puoi dirla senza correggere il dubbio e senza aspettare il giorno in cui ti sentirai abbastanza credente da poterla pronunciare. Dieci minuti con parole tue Trova un momento in cui puoi stare da solo. Lascia il telefono lontano e prova a dire a Dio ciò che diresti a qualcuno a cui puoi finalmente spiegarti. Forse c’è un motivo preciso per cui diffidi della fede. Forse ti è capitato di desiderare che Dio ci fosse e ti imbarazza ammetterlo. Puoi parlare di una domanda che continui a rimandare, oppure dire che tutto questo ti sembra strano. Una frase sincera è un inizio sufficiente. Quando hai finito di parlare, resta qualche minuto in silenzio. Se la mente corre altrove, riporta con calma l’attenzione a ciò che hai app...