Gesù Cristo, Parola di Dio. Perché la Bibbia è una biblioteca?

Se chiedete a un cristiano dove trova la Parola di Dio, probabilmente vi indicherà la Bibbia. È una risposta giusta. Poi, quando aprite il Vangelo di Giovanni, scoprite che la Parola era già in principio presso Dio, che tutto è stato fatto per mezzo di lei e che, a un certo punto, si è fatta carne. Chi entra nella storia in quel momento è Gesù. Ecco perché, quando diciamo che Dio ha parlato, la prima domanda cristiana riguarda una persona. Chi ci è venuto incontro? Da lì si capisce anche perché ci è stata consegnata una biblioteca di libri.

Giovanni comincia prima di Betlemme

«In principio era il Verbo» (Gv 1,1). Con quel principio Giovanni rimanda alla creazione, ma porta il lettore ancora più indietro. Il Verbo era presso Dio ed era Dio. Quel «presso» esprime una relazione, mentre l’affermazione successiva attribuisce al Verbo la divinità. Subito dopo Giovanni precisa che tutto è venuto all’esistenza per mezzo di lui (Gv 1,3). Il Figlio, dunque, appartiene all’eternità di Dio. Assumendo la nostra umanità, il Figlio entra nella storia, mentre la sua esistenza precede la creazione.

Il passaggio decisivo è Gv 1,14. «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». La carne indica qui l’esistenza umana assunta davvero, quella di una persona che si incontra, ascolta, si stanca e può essere ferita. Alla fine del prologo, Giovanni spiega che il Figlio ci ha fatto conoscere il Padre che nessuno ha mai visto (Gv 1,18). Ecco che cosa è in gioco nell’incarnazione. Se voglio capire come Dio si fa vicino, posso guardare il modo in cui Gesù incontra gli uomini, perdona, affronta la morte e si consegna al Padre.

Dio parla nella storia e si fa conoscere nel Figlio

La Lettera agli Ebrei dà a questa storia una direzione. Dio ha parlato ai padri molte volte e in diversi modi per mezzo dei profeti. Ora ha parlato a noi per mezzo del Figlio, mediante il quale ha fatto anche il mondo (Eb 1,1-2). Abramo, Mosè e i profeti appartengono alla stessa storia. Ciò che cambia con Gesù è chi parla e quanto di sé Dio rende accessibile nell’incontro con lui.

Il Concilio Vaticano II lo precisa in Dei Verbum, n. 4. Gesù porta a compimento la rivelazione attraverso la sua presenza e le sue parole, i gesti e i segni, soprattutto attraverso la morte, la risurrezione e l’invio dello Spirito. La croce, per esempio, rivela qualcosa di Dio proprio perché è un atto compiuto da Gesù, che dona la vita. La rivelazione cristiana comprende verità che possiamo formulare e trasmettere, e attraverso di esse ci raggiunge Dio stesso, che invita gli uomini alla comunione con lui (Dei Verbum, n. 2).

Allora perché la Scrittura è Parola di Dio?

I Vangeli rendono accessibile la testimonianza apostolica su Gesù. L’Antico Testamento custodisce la storia, le preghiere e le promesse in cui quella venuta si prepara. A Emmaus il Risorto stesso accompagna i discepoli a rileggere Mosè e i profeti (Lc 24,25-27). Chi legge un salmo, una legge dell’Esodo o una lettera di Paolo incontra modi diversi di scrivere e tappe diverse della storia della salvezza. È anche per questo che la Bibbia ha la forma di una biblioteca.

La Chiesa chiama la Scrittura Parola di Dio perché è scritta sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. Gli autori umani sono veri autori. Mettono per iscritto, con le loro capacità, nel loro tempo e nei loro generi letterari, ciò che Dio ha voluto comunicare per la nostra salvezza (Dei Verbum, nn. 9 e 11–12). La Scrittura e la Tradizione apostolica appartengono alla stessa trasmissione della rivelazione. Il Verbo eterno è il Figlio, mentre la Parola scritta è la testimonianza ispirata attraverso cui Dio parla ancora e ci conduce a lui. Benedetto XVI aiuta a tenere insieme questi significati in Verbum Domini, n. 7.

In che senso il confronto con l’Islam chiarisce la differenza?

Nel Corano la rivelazione è descritta, fra l’altro, come una parola fatta discendere dal Signore dei mondi, portata dallo Spirito fedele al cuore del profeta in lingua araba (Corano 26,192-195). Anche l’Islam conosce una storia di profeti e di rivelazioni precedenti. Il Corano attribuisce inoltre a Gesù il titolo di parola di Dio comunicata a Maria, nello stesso passo in cui lo presenta come messaggero e respinge l’attribuzione a Dio di un figlio (Corano 4,171). Il titolo, dunque, va letto in quel contesto. In Giovanni il Verbo è presso Dio ed è Dio, poi assume la nostra umanità. La somiglianza delle parole rende più importante leggere fino in fondo ciò che i due testi affermano.

Per questo, quando nella conferenza ho chiesto «Dio ha parlato, ma come?», il confronto è partito dalla Bibbia. Il modo in cui è fatta racconta già qualcosa della risposta cristiana. Dio ha parlato lungo una storia e, nella pienezza di quella storia, si è fatto conoscere in Gesù Cristo. Leggiamo la Scrittura perché attraverso quelle pagine, scritte da uomini e ispirate dallo Spirito, possiamo ascoltare il Figlio e conoscere il Padre che egli ci rivela.

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