Il dilemma islamico. Perché il Corano conferma il Vangelo e ne contesta la croce?
Quando si parla di Bibbia e Corano, capita di sentir dire che Dio avrebbe dato a Gesù un Vangelo autentico, poi alterato dai cristiani. È una risposta che merita di essere presa sul serio. Ma prima bisogna aprire il Corano. Vi si legge che Dio ha rivelato la Torah e il Vangelo, che in essi vi sono guida e luce e che la gente del Vangelo deve giudicare secondo ciò che Dio vi ha rivelato. Che cosa potevano leggere quei cristiani? E che cosa accade quando il testo che conoscevano afferma che Gesù fu crocifisso?
La Torah e il Vangelo secondo il Corano
Corano 3,3 afferma che Dio ha fatto discendere il Libro confermando quanto lo precede e ricorda la rivelazione della Torah e del Vangelo. La quinta sura sviluppa il quadro. In 5,44 la Torah contiene guida e luce ed è il riferimento secondo il quale i profeti giudicano per i giudei. In 5,46 Gesù viene dopo di loro, conferma la Torah e riceve il Vangelo, anch’esso presentato come guida e luce. Il versetto successivo chiede alla gente del Vangelo di giudicare secondo ciò che Dio vi ha rivelato. Anche in 5,68 c’è un appello a osservare la Torah e il Vangelo.
Va letto anche 5,48. Qui il Corano è presentato come conferma delle Scritture precedenti e come muhaymin rispetto a esse. Il termine è reso con sfumature diverse, fra cui custode e testimone. Nella spiegazione di Ibn Kathīr comprende anche la funzione di giudice. La conferma e la funzione di criterio si trovano nello stesso passo. Chi sostiene che il Corano attribuisca un’autorità piena a ogni riga della Bibbia cristiana deve fare i conti con quel versetto. Chi ritiene che le Scritture fossero ormai inutilizzabili deve spiegare il senso degli appelli a farvi riferimento.
Quale alterazione denunciano i versetti?
In Corano 2,75 alcuni ascoltano la parola di Dio e poi la alterano consapevolmente. In 2,79 si condanna chi scrive con le proprie mani e attribuisce a Dio ciò che ha scritto. In 3,78 alcuni deformano con la lingua ciò che leggono affinché sembri appartenere alla Scrittura. In 5,13 si parla di parole spostate dal loro posto. Presi insieme, questi passi descrivono condotte diverse, dalla falsa attribuzione alla manipolazione della recitazione o delle parole. Il fatto che il Corano denunci queste condotte non stabilisce da solo che tutti i manoscritti dei Vangeli fossero stati riscritti, né individua quali brani sarebbero stati sostituiti.
È qui che nasce il cosiddetto «dilemma islamico». Se il Vangelo a disposizione dei cristiani era già radicalmente corrotto, perché invitarli a giudicare secondo ciò che Dio vi ha rivelato? Se era abbastanza attendibile da fungere da riferimento, come spiegare il disaccordo su eventi centrali, come la crocifissione? La distinzione fra un testo completamente corrotto e un testo che contiene ancora parti autentiche apre una terza possibilità. In quel caso la domanda diventa verificabile. Con quale criterio riconosciamo le parti autentiche, e che cosa ci permette di stabilire che proprio il racconto della croce sia un’alterazione?
La croce nelle fonti anteriori all’Islam
In Corano 4,157-158 il testo risponde a chi si vanta di aver ucciso il Messia. Nega che lo abbiano ucciso o crocifisso e dice che Dio lo ha elevato a sé. La lettura islamica classica più diffusa ne ricava che Gesù è sfuggito alla crocifissione. Molti commentatori raccontano di un sostituto, la cui identità varia. Il versetto stesso non nomina quel sostituto. Esistono anche letture che si concentrano sulla negazione del vanto degli avversari o distinguono la morte di Gesù dalle pretese di chi se ne attribuisce il merito. La tensione storica è più netta quando il passo viene inteso come negazione della crocifissione di Gesù.
Guardiamo allora le testimonianze. A metà del I secolo Paolo ricorda ai Corinzi una tradizione che a sua volta ha ricevuto. Cristo è morto, è stato sepolto ed è risorto (1 Cor 15,3-8). Nella stessa lettera Paolo parla apertamente di Cristo crocifisso (1 Cor 1,23 e 2,2). Marco colloca l’esecuzione dopo la consegna di Gesù da parte di Pilato e ne racconta la crocifissione e la morte (Mc 15,15.24.37). Gli altri Vangeli canonici, pur con differenze di racconto e rapporti letterari fra loro, attestano anch’essi la croce (Mt 27,32-50, Lc 23,33-46 e Gv 19,16-30). Queste fonti distinguono anche la morte dalla successiva proclamazione della risurrezione.
Possiamo poi vedere che cosa circolava ben prima del VII secolo. Il papiro P46, datato intorno al 200, conserva 1 Cor 15,3-5 nel foglio 57r. Il Codex Sinaiticus, del IV secolo, conserva il capitolo 15 di Marco. Un manoscritto documenta che cosa si leggeva quando quella copia è stata prodotta. L’evento viene valutato attraverso le testimonianze che il manoscritto trasmette, la loro antichità e la loro convergenza. C’è anche un riscontro romano. Tacito, scrivendo all’inizio del II secolo, riferisce che Cristo fu messo a morte sotto Tiberio per mano di Ponzio Pilato (Annali, 15,44). Tacito scrive a distanza dagli eventi e il passo conferma l’esecuzione sotto Pilato, senza descriverne il modo. Insieme, le fonti mostrano quanto sia antica la testimonianza cristiana della croce e quanto presto essa appartenga al centro dell’annuncio. Le varianti che si incontrano nei manoscritti sono un fatto. Per sostenere che la morte in croce fu introdotta in seguito occorre però un argomento che riguardi proprio quella modifica, con tracce documentarie compatibili con la sua presunta data.
Tre risposte musulmane e che cosa spiegano
L’Injīl dato a Gesù è distinto dai quattro Vangeli. Nella concezione coranica l’Injīl è una rivelazione data a Gesù. Nella tradizione cristiana i Vangeli canonici sono testimonianze su Gesù. La distinzione è reale e spiega perché un musulmano possa riconoscere l’Injīl e contestare i Vangeli. Rimane da stabilire come si conosca il contenuto della rivelazione originaria invocata. Per la tesi storica serve una testimonianza antica che permetta di riconoscerla e di mostrare che la croce fu aggiunta al suo posto. Il dato di partenza è che la crocifissione è già attestata nelle fonti cristiane più antiche che possediamo.
L’alterazione riguarda soprattutto il significato. È una risposta che prende sul serio i versetti sulla recitazione ingannevole e sulle parole spostate. Consente di spiegare perché un testo possa essere ancora disponibile e insieme venire frainteso. Per applicarla alla croce occorre però mostrare quale interpretazione alternativa regga alla lettura dei passi concreti. In Mc 15, per esempio, una persona viene consegnata, crocifissa e muore. Il racconto identifica quella persona con Gesù. Parlare di interpretazione deformata può spiegare un disaccordo sul significato religioso dell’evento. Per negare l’evento stesso occorre spiegare perché le fonti abbiano raccontato una morte che, secondo quella lettura, non è avvenuta.
Il Corano è il criterio decisivo. Una lettura islamica di 5,48 può sostenere che il Corano confermi l’origine divina delle rivelazioni precedenti e stabilisca quali loro contenuti siano autentici. Ibn Kathīr contempla anche, nel commento a 5,47, una lettura che colloca il giudicare secondo il Vangelo nel tempo della comunità a cui fu dato. Questo risponde, sul piano interno alla fede islamica, all’obiezione di incoerenza. La forza di quella risposta dipende però dall’autorità che si riconosce già al Corano. Se si invoca la conferma delle Scritture precedenti come prova indipendente della sua autorità e poi si decide che quelle Scritture sono affidabili solo quando concordano con esso, la conferma perde il suo valore di verifica indipendente.
L’obiezione decisiva riguarda un fatto preciso. La croce compare in testimonianze cristiane del I secolo ed è documentata da copie anteriori all’Islam. Chi ritiene che Gesù sia sfuggito alla crocifissione può invocare l’autorità del Corano. Se sostiene anche che la croce sia il risultato di una falsificazione del Vangelo, si assume un onere ulteriore. Deve spiegare come la falsificazione si concili con le testimonianze più antiche e mostrare quali tracce abbia lasciato il racconto che sarebbe stato sostituito. Alla prova delle fonti, la crocifissione è storicamente molto meglio attestata della sua negazione. Se Corano 4,157 intende negare l’evento, questa disparità di prove pesa direttamente sulla credibilità del versetto come correzione divina del Vangelo. È una conclusione che si può discutere anche senza condividere la fede cristiana nella risurrezione.
Fonti e riferimenti
- Conferenza video dal minuto 28:48
- Testo originale della seconda conferenza
- Corano · 3,3, la conferma delle rivelazioni precedenti
- Corano · 5,44-48, Torah, Vangelo e funzione del Corano
- Corano · 5,68, l’appello alla gente della Scrittura
- Corano · 2,75.79, alterazione e falsa attribuzione
- Corano · 3,78, la recitazione deformata
- Corano · 5,13, le parole spostate
- Corano · 4,157-158, la morte di Gesù contestata
- Ibn Kathīr · commento a Corano 5,47
- Ibn Kathīr · commento a Corano 5,48 e al termine muhaymin
- Gabriel Said Reynolds · studio sull’accusa coranica di alterazione delle Scritture
- Gabriel Said Reynolds · The Muslim Jesus: Dead or Alive?
- Bibbia CEI 2008 · 1 Cor 15,3-8
- Bibbia CEI 2008 · Mc 15,15.24.37
- CSNTM · scheda di P46, f. 57r
- Codex Sinaiticus · Mc 15, manoscritto e trascrizione
- Tacito · Annali, 15,44, testo latino e commento

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