Il vitello d’oro e al-Sāmirī. C’è un samaritano al tempo di Mosè?

Se apriamo l’Esodo per cercare chi abbia fatto il vitello d’oro, troviamo una risposta precisa. È Aronne. Aprendo la sura 20 del Corano troviamo un nome diverso, al-Sāmirī, che alcune traduzioni rendono con «il Samaritano». Ma che cosa ci farebbe un samaritano al tempo di Mosè? La domanda si fa ancora più interessante se apriamo un terzo libro. Nella Bibbia c’è infatti un secondo episodio in cui compaiono vitelli d’oro, proprio nella storia del regno d’Israele che avrà per capitale Samaria.

Al Sinai, il vitello è opera di Aronne

In Es 32,1-6 Mosè tarda a scendere dal monte e il popolo chiede ad Aronne di fargli una divinità che cammini davanti a loro. Aronne raccoglie l’oro, fabbrica il vitello, gli costruisce davanti un altare e proclama una festa per il Signore. L’immagine è legata alla liberazione dall’Egitto. Il popolo attribuisce al vitello il ruolo di chi lo ha fatto uscire dal paese della schiavitù (Es 32,4). Anche l’annuncio di una festa per il Signore rende la scena inquietante. Si può pretendere di onorare il Dio che ha liberato Israele e, nello stesso tempo, ridurlo a un’immagine che si può fabbricare e controllare.

Quando Mosè torna, Aronne dice di avere gettato l’oro nel fuoco e che ne è uscito il vitello (Es 32,21-24). A quel punto il lettore sa già come sono andate le cose. La versione difensiva di Aronne rende ancora più visibile la sua responsabilità.

Dopo Salomone, Geroboamo ne fa due

La seconda scena è molto più tarda. Dopo la morte di Salomone, le tribù del nord si separano dalla casa di Davide e riconoscono come re Geroboamo I. Roboamo, figlio di Salomone, rimane a capo di Giuda (1 Re 12,16-20). Geroboamo teme che i pellegrinaggi al tempio di Gerusalemme possano riportare il popolo sotto l’autorità di Roboamo. Fa quindi preparare due vitelli d’oro. Ne colloca uno a Betel e l’altro a Dan e organizza luoghi di culto, sacerdoti e una festa nel suo regno (1 Re 12,26-33).

Qui il rimando all’Esodo è particolarmente forte. Nel presentare i vitelli, Geroboamo li indica come gli dèi che hanno fatto salire Israele dall’Egitto (1 Re 12,28), riprendendo la formula del racconto del Sinai. Il lettore biblico sente l’eco. Il gesto di un re che vuole emanciparsi da Gerusalemme ripropone il peccato che Israele aveva commesso nel deserto. Più avanti, nella predicazione di Osea, l’immagine viene chiamata «vitello di Samaria» (Os 8,5-6). Per stabilire un collegamento letterario fra il vitello e il nome Samaria, dunque, il materiale c’è già nella Bibbia.

La cronologia resta decisiva. Il regno settentrionale nasce con Geroboamo. La città di Samaria viene costruita successivamente dal re Omri, che acquista il monte da Semer e dà alla città il suo nome (1 Re 16,23-24). La città, il regno settentrionale e la comunità religiosa samaritana designano realtà diverse. Quest’ultima si forma attraverso un processo ancora più tardo, legato al culto sul monte Garizim, dove è attestato un santuario di epoca persiana. Anticipare quella comunità al tempo di Mosè significherebbe spostarla indietro di molti secoli.

Che cosa cambia nel Corano

Nella sura 20 Dio dice a Mosè che al-Sāmirī ha sviato il popolo durante la sua assenza (20,85). Compare un vitello che emette un muggito, secondo la resa usuale di 20,88. Aronne avverte la gente che è messa alla prova e la invita a seguirlo (20,90). Mosè, al suo ritorno, chiede ad Aronne conto di ciò che è accaduto. Aronne gli risponde che temeva di dividere i figli d’Israele (20,92-94). Poi Mosè si rivolge ad al-Sāmirī e gli chiede che cosa abbia fatto (20,95-97). Nella lettura più immediata della sequenza, Mosè interpella due persone e il responsabile dello sviamento è al-Sāmirī.

Se il nome designa un abitante di Samaria o un membro della comunità samaritana, il problema cronologico è concreto. Entrambi i riferimenti rimandano a realtà successive all’epoca in cui il racconto colloca Mosè. Si può allora domandare se la narrazione coranica abbia riportato nella scena del Sinai un nome legato alla successiva storia dei vitelli del nord. La Bibbia offre tre indizi per formulare la domanda. C’è il vitello del Sinai, ci sono i vitelli di Geroboamo presentati con parole che riecheggiano l’Esodo e c’è il «vitello di Samaria» di Osea. La sovrapposizione spiegherebbe perché proprio un personaggio con quel nome entri nella scena mosaica. Il Corano, però, non nomina Geroboamo e non descrive un passaggio da Betel o Dan al Sinai. Il nesso può essere argomentato sul piano letterario, mentre il percorso preciso attraverso cui si sarebbe formato rimane da dimostrare.

Al-Sāmirī significa necessariamente «il Samaritano»?

Lasciare il nome arabo nel testo, come fanno alcune traduzioni, rende visibile la questione. Nel commento a 20,85 Ibn Kathīr riporta tradizioni diverse. Una lo collega a una popolazione che venerava bovini, un’altra lo presenta come un uomo del popolo d’Israele. Queste letture fanno di al-Sāmirī un personaggio distinto da Aronne senza doverlo identificare con la comunità religiosa del Garizim. Uri Rubin esplora anche un accostamento con Zimri, personaggio di Nm 25,14 legato a un altro episodio di infedeltà nel deserto. È una proposta sull’origine del nome e sul modo in cui il racconto si sarebbe formato. Le tradizioni riportate da Ibn Kathīr mostrano che esistevano altre identificazioni, ma non forniscono una testimonianza indipendente di quel personaggio al tempo di Mosè. L’ipotesi di Zimri offre un parallelo letterario. Per diventare un’identificazione storica dovrebbe spiegare con riscontri più diretti il passaggio da un nome all’altro e da un episodio all’altro.

Michael E. Pregill propone qualcosa di ancora diverso. Legge al-Sāmirī come un appellativo di Aronne e lo accosta all’idea del custode, colui che avrebbe dovuto vegliare su Israele in assenza di Mosè. Nella sua ricostruzione Aronne cede alla pressione del popolo e rimane il responsabile del vitello. Lo studioso vede anche un’allusione alla tradizione biblica su Geroboamo, il re che fa sviare Israele. È un punto importante per il nostro confronto. Il collegamento letterario con il nord può avere senso anche per uno studioso che respinge l’idea di un samaritano entrato nella scena come personaggio separato. La proposta, però, deve spiegare perché la sura faccia seguire alla risposta di Aronne un nuovo interrogativo rivolto ad al-Sāmirī. A una prima lettura, il passaggio suggerisce due interlocutori.

Che cosa implicherebbe l’anacronismo?

Il risultato è preciso. Le Scritture bibliche associano davvero i vitelli al regno del nord e a Samaria, mentre la successione di Mosè, Geroboamo e Omri rende anacronistica la lettura letterale di «il Samaritano» come personaggio proveniente da quelle realtà. L’ipotesi di una sovrapposizione dei racconti spiega la presenza di quel nome e ha appigli nei testi. Resta da dimostrare che il nome debba avere proprio quel significato e che la sovrapposizione sia avvenuta nella forma proposta. Le alternative vanno giudicate sulle loro prove. L’idea del custode prende sul serio il rapporto con la storia del nord, ma deve rendere conto del passaggio da Aronne ad al-Sāmirī nel dialogo. Le identificazioni tradizionali offrono possibilità, senza documentare chi fosse quell’uomo.

La conseguenza apologetica è questa. Se il Corano presenta come contemporaneo di Mosè un uomo definito da una città o da una comunità sorta secoli dopo, e lo fa come affermazione storica, ci troviamo davanti a un errore di cronologia. Un errore di questo genere sarebbe incompatibile con la pretesa che ciò che il Corano afferma come fatto storico sia garantito infallibilmente da Dio. Chi legge il passo come un’allusione letteraria può sostenere che la cronologia non sia in gioco, ma deve mostrare perché il racconto autorizzi quella lettura. Il solo fatto che sia possibile immaginare un’altra spiegazione non basta a risolvere l’obiezione.

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